La pseudo professionalità low cost, i video dalla grafica pop che molte agenzie rifilano alle aziende come forma di ricetta pubblicitaria, saranno anche divertenti a volte…
Ma il vostro intento era intrattenere comicamente o vendere il vostro prodotto?
Ho come l’impressione che molti perdano l’obiettivo…

Dal panettiere al consulente legale, passando per il ristoratore, ogni tanto ci si trova di fronte quei video formulati dallo stesso sceneggiatore, con lo stesso tono, con la stessa grafica, preconfezionati che non solo non cambiano rispetto al brand, ma mantengono quel tono scherzoso, ironico che verticalizza, limita, standardizza il concetto alla base del branding stesso: fa ridere!
Non so se questi imprenditori che si affidano a tali circuiti in principio avessero il sogno di esser ricordati come comici o comunque attori, è solo che stento a crederci.
Questa metodologia fa solo leva sul lato narcisistico, inevitabile, di chi ama il proprio lavoro ed ha piacere nel farsi vedere nelle sue pose migliori nel suo negozio. Quindi l’imprenditore, inesperto, si affida a qualche agenzia che lo rende non un brand da curare, quanto un cliente da mantenere nel senso più basso del termine. Gli dona quel po’ di visibilità che basta a fargli credere che deve continuare per migliorare e che tutto questo funziona gradualmente. Fino a quando l’imprenditore stesso capisce il trucco e smette per i più svariati motivi: noia, soldi, frustrazione per aver messo la faccia in un qualcosa “che fa ridere” e che non porta un beneficio concreto e duraturo.
Tutto ciò capita troppo spesso, da quando non si fa più lo studio identitario del brand. Credono in “ciò che funziona”, ma per chi? Un marchio, un’azienda va studiata per capirne l’identità, da li si crea una coerenza visiva e verbale, questo genera automaticamente l’autenticità, questa è l’unica strada che puo’ realmente guidare verso il risultato economico sperato.
Di una categoria “merceologica” complementare fanno parte quei profili social aziendali ove le telecamere entrano costantemente nella lavorazione, nella parlata, nella vita dell’azienda narrata come un nucleo genuino, efficiente, pulito. Una controfigura di food network, uno spot svenduto.
Questa amatorialità pseudo professionalizzata e abusata, che si esprime con video e foto continue da far combattere coi balletti di Dua Lipa e le ragazze agli aperitivi, svende non solo l’idea del brand che si cerca di elevare, svende l’idea del lavoro che c’è dietro che si cerca di evidenziare. La domanda è semplice:
Ma se stai sempre a provare scene come De Sica o Siani, quando lavori?
La visibilità è donna, se si scopre molto rischia purtroppo di perdere il valore percepito. I social stimolano l’iper-comunicazione, illudendo che più si dice meglio è, quando invece un brand attualmente dovrebbe chiedersi cosa dire senza far rumore, come chi in una stanza caotica inizia a parlare a bassa voce rendendo tutti attenti, perché curiosi di scoprire il “segreto”.


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